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Critica: Elverio Maurizi

Materia come realtàMateria come realtà

La materia come realtà è un tema particolarmente stimolante, scelto insieme a Oscar Piattella, a Paolo Schiavocampo e a Nanni Valentini come ipotesi di lavoro da svolgere coerentemente alla situazione della cultura, delle predisposizioni e delle tecniche di manipolazione da ciascuno possedute. Il discorso, apparentemente concreto, sviluppatosi a distanza, ha dato frutti interessanti che le singole dichiarazioni degli artisti hanno ribadito, dimostrandone l’omologia tra pensiero e azione, tra progetto e realizzazione, tra soggettività e oggettività.
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Per Paolo Schiavocampo, invece, si affaccia un diverso inquadramento del problema, fondato sulla relatività di fatti e avvenimenti, tanto che egli può comprovare la veridicità delle sue affermazioni attraverso una specie di analisi sul concetto di spazio correlato al tempo, sostenendo che, essendo lo spazio divisibile per istanti, esso perviene a manifestare un momento contemporaneamente statico e dinamico: “cioè immobile nell’attimo e dinamico nella concatenazione degli istanti passati”. Tale premessa gli è necessaria per arrivare alla conclusione che “lo spazio è un concetto relativo, contemporaneamente infinito e inesistente: infinito se esiste un moto e quindi un tempo; inesistente se rapportato all’istante”. Secondo l’artista queste considerazioni sullo spazio valgono anche per la materia e per i due concetti che essa contiene: densità e vuoto. Egli afferma, infatti, “per me, come artista, il vuoto non esiste o per lo meno non esiste a livello di stadio finale dell’operazione creativa. Infatti, io parto sempre da una relativa rarefazione della materia, che mi appare costituita da punti solidi e, gradatamente, la riempio, infittendo i punti o corpuscoli – ognuno dei quali è una entità indipendente ed autonoma – fino ad arrivare alla superficie che è il luogo di massima densità e quindi, di massima levigatezza. Questa operazione può anche effettuarsi a rovescio, cioè togliendo le asperità che determinano zone di vuoto a pietre, ecc.; o può anche arrestarsi ad un certo grado di finitura, lasciando intravedere i punti, ma ciò che conta è l’indicazione che do verso un certo tipo di risultato. Le superfici vanno intese soltanto come momenti particolari e contengono delle implicazioni matematiche o geometriche che valgono per me come controllo di fronte a un soggettivismo che potrebbe prendermi la mano e portarmi alla negazione o distruzione di un ordine razionale, ma non negano in alcun modo la mia adesione poetica, né una possibilità di trasfigurazione” del fatto artistico.
La soluzione prospettata dall’artista avvia, mi sembra, a una particolare dichiarazione d’insolubilità del problema, preferendo l’attore rifugiarsi nella esemplificazione creativa quale ultima spiaggia del quotidiano. Nel discorso, tuttavia, si affacciano concetti piuttosto complessi di una realtà percettibile solo attraverso uno spazio e un tempo sentiti come esigenze formali della ragione, nello stesso tempo empiricamente reali e trascendentalmente ideali.
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Cosa rappresenti questa materia scelta dai tre artisti come protagonista di un possibile discorso comune, che fin dalle premesse si presenta quale elemento più di separazione che di confluenza, che addirittura dall’antichità ha sempre diviso le interpretazioni non solo nominalistiche, ma anche sostanziali del vocabolo, è difficile dirlo in breve. Nell’antica filosofia ellenistica essa è la sostanza indistinta e primordiale sulla quale si fondano tutte le cose; nella filosofia aristotelica, e così nella Scolastica e nelle altre correnti di pensiero che ad essa si riferiscono, la Materia si riconosce con tutto ciò che è concepito come esistente e reale, ma di per se stesso ancora in tutto o in parte indeterminato e in condizione di ricevere la forma sostanziale attraverso una causa efficiente. Si potrebbe continuare nell’indagine all’infinito, perché la definizione di materia sono possibiliste e, quindi, aperte.
Con tale termine, in verità, può essere indicato tutto ciò che possiede massa, peso, movimento; ciò che distingue insomm il mondo sensibile da quello spirituale. Oppure, più sinteticamente, si può dire che la materia rappresenta il fisico, ciò che è al di là e al di fuori della mente. Materia è anche tutto ciò che può acquistare una qualsiasi forma, l’elemento dato dall’esperienza. Persino il celebre aforisma baconiano nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu determina un rapporto che procede da una oggettiva realtà verso una realtà sogettiva. Ancora la materia può essere qualsiasi cosa venga presa in considerazione, studiata, usata e sviluppata. Se si riflette come Plotino ritenga la materia fondamento della molteplicità delle idee e Cartesio come sostanza fisica, creata al di fuori del pensiero umano, o Kanta come un quid esistente nello spazio e nel tempo, empiricamente reale, non si possono stimare soddisfacenti le risposte date dalla filosofia, perché il problema delle valenze intrinseche ad essa potrebbe essere, e di molto, allargato verso direzioni sempre più complesse e con soluzioni del tutto inappaganti. Le teorie marxiste, secondo le quali soltanto la materia è esistente e reale, portano il discorso interpretativo a conseguenze altrettanto inaccoglibili di quello idealistico. A volte la definizione più dimessa, più generica e semplice è in grado di cogliere nel segno, almeno, ai fini dell’indagine preposta: Materia è tutto ciò che cade sotto i sensi e ai sensi appare legata.
In effetti, l’avventura espositiva in comune dei tre protagonisti del presente discorso, nel porgere la propria visione del tema, sia con le parole che con le opere ha avviato un processo inarrestabile, nel quale i concetti di causa ed effetto trovano continua applicazione, dimostrando così l’esistenza di una concatenazione sintattica, dove le correlazioni appaiono certamente secondarie, ma non meno importanti, rispetto al periodo principale.
Altrimenti sarebbe giusto chiedersi quale significato potrebbero avere le superfici assorbenti e spugnose dei neri profondi e perfino degli ultimi muri di Oscar Piattella; o l’articolato discorso del grande pannello di Paolo Schiavocampo, dove disegni geometrici e formule matematiche sembrano fondersi meravigliosamente nel fatto estetico; o le ceramiche di Nanni Valentini che sanno di terra, di argilla foggiata da altra argilla, posta al fuoco per fissarvi una forma che nella sua fragilità, potrà anche essere strumento, mezzo, utensile od ornamento.
Il contatto con lo spirito, quindi, appare come il fulcro intorno al quale ruota ogni intervento linguistico o artistico sulla materia, definibile in arte come un quid da pensare, da collocare in uno spazio e in un tempo reali per giungere ad una forma, che possa dare vita e sensibilità all’amorfo, al piatto, alla massa, di per sé inutile ed insignificante. Non si creda, perciò, indispensabile il cercare di coordinare i diversi interventi per concludere la investigazione sulla materia e le sue molteplici implicazioni; è sufficiente entrare nello spirito con il quale ognuno dei tre espositori utilizza per comprendere quale soluzione abbia per ciascuno il problema. A questo livello non mi sembra esisteano contraddizioni.
L’arcaico sapore degli apparati plastici di Nanni Valentini che, senza essere reperti archeologici, parlano di un tempo antico e nella fusione dei quattro elementi (acqua, terra, fuoco e acqua) della funzione dell’esperienza; le sofisticate costruzioni intellettualistiche di Schiavocampo che indaga sulla materia come pietra di paragone dell’intelligenza; i recuperi prima psicologici e poi del vissuto di Oscar Piattella che cerca la storia dell’uomo nelle sue costruzioni presentano aspetti mutevoli di una stessa realtà.
Si ritorna, perciò, di nuovo al principio, al discorso sulle finalità compositive per le quali la cristallizzazione iconografica attraverso l’invenzione, la grazia e le metafore visibili od occulte incontrano i luoghi di una memoria, fatta anche di archetipi, sviluppati in un gioco sottile ed aperto che ha in sé le valenze poetiche di fantasie suggestive.
Ogni opera trova la sua forma nell’invenzione raffinata nella quale si affacciano le suggestioni della materia, vibranti sulla superficie di remote radici ancestrali, perdute nel buio dei tempi. Ciascuno dei tre artisti rivive i dati di una cultura che sfugge all’occasionale godimento epidermico per far risuonare la sconcertante poesia della ricorrente consapevolezza dell’uomo, vissuta attraverso singolari sembianze del suo passato, che è presente e si appresta a divenire futuro.
Accumuna i tre artisti una specie di sensualità fisica, plasmata dalla vita stessa, oscillante tra liricità contenuta e cultura, capace di prospettare i fantasmi lievitanti dalle tenebre personali come inseparabili compagni di vissute distanze. Il continuum temporale prolunga, al di là dell’impegno a restituire un valore e un significato estetico all’evento artistico, l’aggettivazione quasi magica della materia e, naturalmente, emerge dall’applicazione pittorica, grafica o plastica l’identificazione vertiginosa del particolare e dell’universale sotto un ricorrente e precario simbolo individuato, nel caso di Piattella e Schiavocampo, nella storia e, in quello Valentini, in un momento antecedente o addirittura minore.
Cosa insegni tale modo di guardare l’oggetto rappresentativo è problema personale di ciascun fruitore che, prima o poi, dovrà risolverlo, ma il rilevare la presenza di componenti tradizionali nell’operazione artistica non riesce a nascondere imprevisti, inattesi o nuovi. La convenzionalità del supporto e l’operare su un fondo insignificante autorizza l’artista a lasciarvi un’impronta qualificante, un gusto che nel superare le barriere della comunicazione incorpora la realtà stessa nella composizione. Il reale percepito in sé e per sé, evitando la specularità della traduzione concettuale, si pone quale concretezza sociologica, come sentimento, emozione e motivazione, tradotti finalmente in poesia, nel luogo della poesia, per una singolare conferma della propria autonomia. Per di più la materia non sembra rimanere prigioniera di rapporti fissi, ma attraverso la meccanica dialettica prolunga la visione intuitiva di se stessa oltre l’orizzonte personale, lasciandosi avvertire come energia, quale possibilità autoriproducente attraverso una sorta di partenogenesi scientifica, che una volta avviata prosegue inarrestabilmente la propria marcia.
Vi è, in definitiva, una dinamica delle cose che al di fuori dei luoghi comuni partecipa a uno sforzo liberatorio per il quale dalla stasi contemplativa la visione si tramuta in slancio catartico e in rispondenza causale di una elementare dignità personale, equivalente diretta dell’amore, delle sensazioni e dei significati indissolubilmente confusi nel frammento, nel reperto, nel muro, nella formula. L’eterno ciclo della nascita, del vivere e del morire racchiude in verità un’unica storia, quella non storicizzabile dell’universo in lenta espansione, dove la segreta parentesi della creatività non può nascondere le ansie del verificarsi quotidiano, dei dubbi e dei cedimenti, generati dalle pessimistiche strutture dell’intelletto.
Non c’è metafora nell’opera di Nanni Valentini, tesa alla dimostrazione essenziale della necessità di un’analisi euristica della materia, ma l’ansia sperimentale di Schiavocampo apre un’indagine sui rimandi, sui richiami insistenti a momenti culturali, sedimentatisi nel profondo durante il trascorrere delle stagioni, fissati nel tempo dal travagliato manierismo pittorico di Oscar Piattella che costruisce tele e muri con tecniche sottili, grazie alle quali il concetto di stile trova persuasiva esemplificazione nell’evento. Gli schemi ritmici delle sue gabbie psicologiche, in bilico tra il superare l’isolamento e l’abbracciare una realtà tutta mentale ancor più autoriducente, si sciolgono nell’ordinata anarchia affiorante dalla levigata fragilità della costruzione psicologica sognata dallo scultore, mentre le invenzioni senza tempo del ceramista, riecchegiando la precaria durata della terracotta, rammentano l’aleatorio interrogativo esistenziale.
Il merito dell’idea, quasi sempre, è nella sua forza di generalizzazione che rappresenta, tuttavia, anche il suo limite oggettivo; ma se la materia è vista nel suo rappresentarsi come persuasiva occasione dialettica non solo di produzione di moduli stilistici, ma pure di problematiche sostanziali o se certe sue cadenze sembrano vissute più nell’accentuazione formale che in quella contenutistica, è probabile che come evento si evidenzi la funzione metaforica e metamorfica del travagliato sforzo creativo. La produzione dei tre artisti appare nitida ed essenziale nell’ansia sperimentale e costruttiva di avanzare polemicamente e con gusto singolare la confluenza del significato e del significante in una univoca espressione adatta a suggerire allo spettatore, non certo al più sprovveduto, nuove dimensioni della percezione.
La opportunità di dimostrare a chi guarda uno spazio molto più ampio ed un tempo assai più elastico di quello apparente, ma soprattutto la possibilità di una indagine maggiormente libera su taluni fenomeni in grado di moltiplicare le ambiguità di fondo di un acuto e perspicace racconto, ricco di contenuti nascosti, puntualizza il contesto empirico di intensità evocative, nascenti da una imagerie, per la quale la materia, fecondata dall’intelligenza, acquista capacità provocatoria. Novità e usualità, dimestichezza ed estraneità si confondono nell’opera di Piattella, divergono in quella di Valentini, si annullano nei lavori di Schiavocampo.
In effetti, da una parte si sottolinea l’amore per la materia ordinata e distribuita nello spazio, dall’altra si affaccia uno straordinario interesse per una serie di elementi eterogenei, offerti dalla quotidiana come strumento di dialogo. Il pericolo di compiacersi potrebbe intrappolare l’artista sulla linea di demarcazione esistente tra arte e artigianato, ma il sacrificare al valore plastico dell’invenzione la intenzionale scoperta di eleganze poetiche, per le quali il gioco fantastico si accosta quasi al razionalismo allusivo, concentra sul manufatto, fino a rovesciarne il significato, le valenze intrinseche al prodotto, restituendo attraverso l’accumularsi delle sensazioni quella identità apparentemente svanita.
Il discorso sulla materia, sviluppandosi nella lettura delle opere dei protagonisti della presente avventura espositiva, conduce lontano, apre e chiude orizzonti; suscita e reprime emozioni e motivazioni; in un certo senso dimostra quanto la crescita armoniosa e progressiva di certi indirizzi interpretativi possa essere fruttifera e quanto la ricchezza dei contenuti possa rispondere a esigenze di natura psicologica e spirituale. Comunque si esamini il problema è facile comprendere come non sia possibile circoscriverlo alla materia, ma inviti alla elaborazione di sequenze di fatti che, oltre il monologo interiore, fissino persino i significati aggiuntivi le aderenze emotive per mettere a fuoco una realtà nella quale spirito e senso possano dare vita a una testimonianza singolare e unica, indispensabile per chi intenda procedere sulla strada della verità.

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Elverio Maurizi - MATERIA COME REALTA’ - Tre ipotesi di lavoro: Piattella, Schiavocampo, Nanni Valentini
Coopedit Macerata - Comune di Macerata Pinacoteca e Musei Comunali Amici dell’Arte - Dicembre 197
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