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Critica: Luigi Erba

Schiavocampo Opere 1992-1997Memoria Progetto Funzione

Se dovessimo tirare le somme su qual'è l’icona del nostro tempo e in quali spazi ed operazioni mentali si è dilatata l’intelligenza espressiva negli ultimi decenni direi “la fotografia e la memoria”. Dalla loro sinergia sono nati tra soggettività e oggettività il documento sociale, quindi il procedimento concettuale, poi il recupero individuale nel proprio inconscio che trova giustificazione di sé, in ciò che è stato, più sistematicamente delle proprie radici. La memoria in sostanza, oggi simile a una sonda che cerca come in un esame clinico quelle parti di “geni” particolari di appartenenza o differenziazione antropologica, si pone in un’alternativa al dualismo artificiale-naturale prima e alla completa e disincantata apoteosi dell’artificiale poi, tra l’intuizione, il sogno, la conoscenza. Nel caso specifico di questa mostra non casualmente documentata da un catalogo dove la fotografia si propone non solo simile a un espediente narrativo, tali dimensioni ritornano nell’oggi e sfociano in un progetto come quello di Hattingen: un’ampia sintesi globale che racchiude quasi in una volta di cielo l’uomo, l’artista Schiavocampo. La memoria funziona da collante, come il cemento che l’artista usa per i suoi “Muri”, non per consevare, ibernare, ma in continua proiezione futura. Ed è molto magico che quegli embrioni nati in una parte della terra, in questo caso per Schiavocampo la Sicilia, consolidati culturalmente nel clima milanese, si trasferiscano, si disseminino come in un naturale percorso, uno dei tanti che avrebbero potuto accadere, altrove. In questa mostra vediamo appunto tutto ciò e pensiamo anche la vita, come per Borges, analoga a uno dei tanti sentieri che biforcano in un giardino. Tutto sarebbe stato possibile perché probabile: Schiavocampo ha portato nella zona della Ruhr quelle memorie, parti fisiologiche, neurologiche di sé, ne ha fatto un ombelico non solo visivo nella torre; poi un percorso-giardino dove si trovano i resti tecnologici di una civiltà industriale che divengono sculture quasi zoomorfe. Progetta di costruirvi nella successiva parte un labirinto con i più profondi significati ancestrali, lasciandone aperta una direzione, un itinerario a cui ogni cosa è rivolta: verso il fiume, verso l’acqua. Tutto torna alle origini, il sentiero stesso di questo parco punta come un ago magnetico in quella direzione. Anche per la fabbrica era così!. La vita finisce là, dove ha avuto inizio: i mille sentieri, i mille neuroni della memoria si dilatano tra passato, presente e futuro, come una sostanza gelatinosa e inarrestabile, arrivano dovunque. Ma è in quel labirinto di Hattingen che ritrovano ciò che fu e le immagini fotografiche ne attestano il transito. E il viaggio inizia proprio da quelle strade di Palermo; finisce con l’autore che costruisce a oltre millecinquecento chilometri di distanza come fosse un demiurgo. Roland Barthes assegnava alla fotografia un primato che esprimeva con una voce latina “interfuit” (“c’è stato”). E’ infatti incontestabile che tra l’oggetto e la sua rappresentazione ci sia di mezzo l’atto di chi ha scattato la foto, il quale era fisicamente là. Così Schiavocampo, tornando dopo decenni nella nativa Palermo, ha colto alcune immagini del quartiere Capo, testimoniando non solo il suo rapporto fisico, ma anche ribadendo con un gesto meccanico ciò che era già nella sua memoria. E’ così che la fotografia di quei muri, di quel vicolo strutturato visivamente in una prospettiva centrale rinascimentale, animata come una stampa dell’ottocento e raffreddata da un cartello pubblicitario che la data nel tempo, non è altro che una registrazione di memoria, un trapasso dagli strati fisici del cervello, dagli anfratti dell’incnscio a quelli di una gelatina d’argento. La fotografia consolida, a volte è anche una formalità di un dato di fatto già esistente, interiore: nel caso di questo catalogo poi è una precisa indicazione del percorso di lettura. Già i muri erano nel “ripostiglio” di Schiavocampo, nella soglia di reale ed immaginario e ora si sono fatti opera, scultura. Anche loro rettangoli, frammenti scansioni, cedole, teche in una maggiore complessità perché prodotti mediati, indiretti di un ambiente, di un paesaggio urbano, comunque antropizzato. Sono impasti di vari materiali che il cemento lega, ricordi di muri, persistenze di finestre, di vicoli. Grovigli. Il perdersi e il ritrovarsi necessario alla conoscenza. Poi diverranno nuovi percorsi, torri, labirinti, microcosmi di sentieri dove la materia si è consolidata: scrivono le proprie radici e quelle dell’autore. Sono filamenti “duri”, non si addolciscono mai nemmeno quando prevale un’apparente intonazione pittorica (“Parete con azzurro” 1994); è infatti solo un pigmento in un impasto di cemento legante, con ferro, alabastro e trascina con sé una storia “contenutistica”, non di ricerche formali, non è un make up, eventualmente un make over. E’ archeologia dell’individuo e antropologia di un ambiente. Per andare aventi è così anche per “Parete verde con finestra” (1995): al pigmento si lega il cemento, il carbone e il ferro; in “Muro rosso e finestra con buchi” (1994), in cui l’impatto informale pittorico sembra più affiorante, trasuda un rosso mattone nell’impasto del cemento, gesso, ferro e travertino iraniano: la finestra o meglio lo “speculum” di arcana memoria è accennata da una cortina di buchi… comincia a definirsi un’altra lettura, quella dell’impronta, di uno strato compresso non visto, che poi si rivela. Come in sedimento Schiavocampo lavora infatti per compressione: impasta attorno all’anima di una rete metallica diversi materiali che poi lega con il cemento. Quello che vediamo è solo una parte, una faccia, quella paradossalmente nascosta che nasce per compressione alla rovescia. E’ la materia che fa il suo corso, ma il tutto è solo apparentemente casuale perché il feeling con le polveri è tale che ogni cosa in realtà è predeterminata. Sucessivamente viene deciso se accettare o no la soluzione. Come per l’informale la loro lettura è nell’equilibrio, nell’ambiguità di un approccio in cui la corporeità sembra fatta da sé: un’immersione in questo dinamismo, un ritrovamento della stessa materia come per Dubuffet o le scultoree campiture di Chighine che lasciano margini di apertura, di sogno, non risolvono, non razionalizzano mai. Vedendo questi muri di Schiavocampo la mente va ad una genesi alla tensione dell’uomo verso la soglia del tangibile: sezionare, tagliare la pietra, la conseguente scoperta. Qui non è un fossile, ma la concretezza astratta di un percorso immanente in un segno, una striatura congelata da un evento in cui si è riflessa la cosmicità come fossero passati vento impalpabile o acqua (“Muro” 1993). Ogni passaggio lascia il suo segno; forse le mani, le dita di una creatura imprecisabile (“Finestra gialla” 1996). L’artista, da parte sua, dischiude come una forma, come un guscio; diventa protagonista del tempo, attraverso il suo gesto scrive che una pietra è sempre vita, mai “refrattaria” o “totalmente disanimata”. Sebbene navighiamo in questa mostra, come in ogni cosa, verso una “soluzione finale”, il tutto è già segnato, incontentabilmente nel passato. Ecco il domani! Osservando qui il progetto di Hattingen del parco “giochi” in cui scultura, reperti, ambienti, percorsi si fondono in una sintesi di tempo, tempo antropologico, tempo sociale, tempo storico, ritroviamo appunto altri terreni sviluppi. Il tutto è in direzione dell’acqua: una torre orienta un percorso poetico, i reperti di una civiltà industriale rivivono senza perdere le loro connotazioni segniche referenti, il tutto poi si perde e ritrova nei frammenti del progetto di un labirinto. E’ un grande ritorno, un perenne dialogo in cui l’artista viene sommerso, ma che poi ripropone come una ferrea preposizione. La torre è parola. Come tale mette in comunicazione con la vecchia fabbrica da cui emergono resti di vene o arterie impersonificati da dismessi tubi del gas, più oltre, nella zona successiva, dei giganteschi crogioli sono pachidermi, i contenitori del carbone analogiche immanenze preistoriche: è ferro uscito dalle viscere, partorito da chissà quale animale in un film virtuale. Ma questo è anche passato e ti fa socialmente riflettere sui nostri destini, quello di una civiltà industriale “materica”, ancora legata agli elementi fisici e quella contemporanea non tattile dell’informatica. Cosa lasceremo ai posteri? Solo un souvenir di memoria tecnologica attraverso un video? E intanto quella torre, composta sul posto in due pezzi colati di cemento con la struttura metallica, sembra una delle conseguenze, una essenzializzazione didascalica di quei “muri impasto”. Sorge artificiosamente dal terreno, ma non a fatica, come quei resti ferrosi venuti, simili a rocce di fusione, dal ribollire della terra. Qualcuno invece è passato là. L’ha depositata. Ha lasciato la sua impronta d’azzurro, il suo pigmento profumato, annusato tra cielo e terra, ma anche acqua. Ci ha incastonato anche le finestre e non solo in quanto aveva visto Sironi, Arturo Martini o la Metafisica di De Chirico, ma perché rappresentavano lo spazio compresso, negato, non annullato di quei vicoli … la possibilità di una soglia … un non sepolcro … una cornice che racchiude il nulla ma che vede il tutto: l’infinito e l’infanzia. Anche Schiavocampo ha progettato rimettendo in gioco quel dualismo insito nei muri: dischiusioni, separazioni, apparenti reperti fossili. Qui sono due strutture in cemento alte dieci metri, una inclinata diversamente dall’altra, frontalmente, in larghezza e verso l’alto. Una sintesi di statica ed estetica, in cui la loro posizione conferisce mobilità quasi se le due unità rincorressero lo stesso alito come due amanti. In realtà in tale duplicità è la vita: l’individuo che cerca il suo doppio in altre speci viventi, più semplicemente il se stesso in uno specchio, comunque la complementarietà come per l’uomo la donna. Una tensione verso l’unificazione. Sono questi messaggi fortemente umani in Schiavocampo proprio perché universali. Eccoci con l’ultima parte della mostra con i modelli dei labirinti e le realizzazioni di un quinquennio sintetizzati nella proposta della zona “C” di Hattingen. “Terminano” solo episodicamente una storia, rappresentata, fermata simbolicamente da questa mostra di Carnate. Anche qui è un continuum: ritornano le istanze sottoforma do gioco, di percorso spezzato in cui si intravvedono pertugi, spiragli, fessure, possibilità, non costrizioni. Solo apparentemente cambia la materia: la pelle non è diversa, anche la sua profondità. E’ il travertino toscano, un materiale naturale, selvaggio, frutto di una stratificazione calcarea reso poroso dalla precipitazione di sali contenuti in acque carbonatiche. Una materiale con una sua “interiorità”, ma anche superficie, patina quasi solare nel suo rapporto vitale con la luce. Anche qui il tempo, anche qui una storia, una vicenda antropologica e sociale dei vari significati che la struttura ha avuto nelle civiltà passate. L’impasto continua e l’artista ci dice: “Il tema del labirinto, pareti entro le quali passare o fermarsi, rappresenta una possibilità di sviluppo futuro nel mio lavoro. Esso infatti ha assunto vari significati: misterici, dionisiaci, freudiani giocosi e infantili. Per me, in particolare, l’idea del labirinto è legata all’idea del gioco, che è l’attività più naturale dell’uomo”. E’ così che queste forme, già sculture a Rapolano Terme e oggi a Carnate, saranno la proiezione per il parco di Hattingen. Ancora tutto continua: il muro contro cui lo sguardo e la fisicità si sono fermati fu solo apparenza.

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Luigi Erba - Schiavocampo opere 1992 - 1997 - MEMORIA PROGETTO FUNZIONE - Lecco, marzo 1997 - Villa Fornari Banfi - Comune di Carnate - Eupalino Edizioni.


 
 
 

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