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Critica: Roberto Sanesi

Schiavocampo Opere 1992-1997PERSONALE DI PAOLO SCHIAVOCAMPO

"Tra tutte le possibili ipotesi di spazio considerare quella espressa dal moto, cioè lo spazio visto come percorso da un punto all'altro".
Questa annotazione di Schiavocampo, che risale al 1973, è qualcosa di più che un frammento delle sue ipotesi di lavoro.
Se assunta nel giusto senso, correlata alla sua pratica di scultore, può risultare uno dei cardini di una poetica costruttiva che si è andata precisando nel corso degli anni anche attraverso dubbi e varianti, ma sempre con una precisa, quasi elementare (anche nell'eccezione dell'originario) riduzione a un momento di sintesi unitaria di tensioni solo in apparenza contraddittorie.
Un percorso lungo e accidentato quello di Schiavocampo, nel quale, se è possibile rintracciare i passaggi e le oscillazioni etico-formali di una generazione, con altrettanta chiarezza è rilevabile pur nel conflitto fra i doveri della testimonianza storica e gli impulsi non meno doverosi verso una sorta di annegamento romantico nelle ansie di una precisazione del proprio io (testimonianza non meno storicamente e perfino socialmente giustificabile), l’orgogliosa volontà di non cedere a nessuna normativa precostituita. In effetti, chi volesse a tutti i costi comparare la pittura di Schiavocampo degli anni ’50 alla sua scultura di oggi, la propensione narrativa e poi l’adesione a una libera gestualità di tipo informale, lo sforzo razionalizzante ma non per questo meno incline a una simbologia in una sua fase intermedia, e infine l’approdo a un’arte plastica che ha superato in direzione del tutto svincolata da interferenze o sovrapposizioni “contenutistiche” perfino le prime illusioni (certo ragionate, forse necessarie) di carattere tecnologico – chi volesse tracciare un disegno superficialmente coerente dei vari momenti della ricerca di Schiavocampo senza intuire che il vero sforzo compiuto è stato quello di mettere in secondo piano la rappresentazione per privilegiare la struttura, ma anche di rendere la struttura rappresentativa, cioè di non scegliere ma accumulare pur cancellando ogni ridondanza, quasi affermando che in fondo l’operazione era analitica, e attuata sull’esperienza passata quanto su quella presente, che ne dipende in modo diretto: chi evitasse, insomma, di percepire nei vari momenti il peso di una continuità potrebbe considerare la scultura di Schiavocampo un mutamento improvviso di posizioni. Che pure vi è stato: ma non improvviso, e nemmeno per rifiuto, quanto per dubbio. E’ stato Emilio Tadini, in uno scritto del 1965, a prevedere nel momento di crisi quello che avrebbe potuto essere uno degli sbocchi più logici: “strutturare nel quadro un oggetto, dar vita a una forma capace di funzionare, mettere a punto una specie di tecnica le cui regole stiano insieme per necessità, organicamente”. Spinto a una sempre più consapevole sperimentazione sul linguaggio, fino a farsi strada la convinzione che se di “tema” si doveva parlare il tema non poteva più essere precostituito, ma così connesso al fare da rendere il fare un elemento determinante, il tema del tema, l’agente del meccanismo di appropriazione mentale del soggetto, soggetto e oggetto insieme, Schiavocampo ha cercato non più o non soltanto nell’approfondimento psicologico (ancora connesso alla rappresentazione) quella terza dimensione che pareva sempre sfuggirgli, ma direttamente nell’oggettività della scultura. Inoltrandosi nel problema dello spazio, non è da stupire che, persistendo in lui una preoccupazione di tipo etico e narrativo, non vi sia stato un salto nell’astrazione, ma una riduzione delle forme a concetto emblematico e una parvenza di programma. Per maggiore chiarezza, basterebbe rimandare al bozzetto per la scultura da situare nella piazza di Gibellina, e che porta il titolo di Valle del Belice, dove nella liberazione delle forme è compresente una precisa indicazione a circostanze storico-sociali, a un evento che solo una restituzione allusiva avrebbe strappato alla cronaca per reimmetterlo nella storia mantenendone vive tutte le risonanze. Né stupisce che in questa direzione Schiavocampo abbia finito col trovarsi, in modo consapevole o meno, di fronte alla necessità di indagare, attraverso le forme, attorno alla possibilità di rintracciare e evidenziare archetipi. Ciò che intendo dire, e che spesso è denunciato dalle stesse materie (la terracotta, il grès, per esempio: che tendono a sottolineare per proprio conto una certa predilezione per l’arcaico), è che, malgrado la loro apparente natura astratta, le sculture di Schiavocampo sembrano fondarsi sul recupero e l’uso di immagini elementari cariche di segreti rimandi. E’ vero che uno degli agganci più probabili sta in una metodologia di tipo futurista, e giustifica la citazione con la quale ha inizio questo scritto, ma è anche vero che la propensione architettonica e tutta dinamica di queste forme nello spazio (con immissione della componente temporale) non si esaurisce, una volta data attenzione ad elementi ricorrenti come la spirale o l’uovo o il cilindro, e perfino le vaghe assonanze antropomorfiche, in un esercizio generica oggettivazione di linee di forza. Un’indagine di questo tipo richiederebbe un minuzioso approfondimento, qui impossibile, ma sarà sufficiente notare come Schiavocampo, anche evitando una titolazione descrittiva e definitoria, tenda a costruire secondo moduli di primitiva sacralità (per esempio alcune piccole sculture del 1974) per rafforzare il sospetto di una connivenza tutt’altro che innocente col simbolo.

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Roberto Sanesi
- Personale di Paolo Schiavocampo - Montrasio arte - Monza 1979


 
 
 

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