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Critica: Claudio Cerritelli

Schiavocampo Opere 1992-1997Primordio e costruttività nell’arte di Schiavocampo

La scultura di Paolo Schiavocampo si è sempre misurata con le forze dell’ambiente e con le ipotesi di collocazione spaziale delle forme plastiche, scaturite da un’analisi intuitiva delle dinamiche che legano l’uomo ai luoghi dell’esistenza quotidiana. Il suo linguaggio è nato come appassionata partecipazione alla realtà sociale che coinvolge l’immaginazione attraverso mutamenti, sviluppi, processi fisici e mentali che impegnano il ruolo dell’artista in rapporto alla storia e alla natura. Ne sono testimonianza i fogli disegnati e dipinti tra gli anni Quaranta e Cinquanta: paesaggi, figure, visioni che oscillano tra le forme aspre delle periferie milanesi e le figure realistiche dei contadini siciliani. In questi segni essenziali, scarni e persino tormentati, si rivela quel rapporto tra città e campagna che l’artista sente come spazio di approfondimento interiore, dialettica che determina il significato della vita, al di là del valore autobiografico. Il soggiorno a New York nel 1965 e qualche suggestione ricevuta dal clima dell’action painting spingono Schiavocampo verso la possibilità di inventare visioni complesse, simultanee, immediate: “nell’insieme inseparabile – si legge in un testo dell’artista – costituito da forma, tempo, emozione”.
I collages multicolori e le composizioni di radice costruttivista preludono all’incastro di forme e alla scelta di materiali di cui sono fatte le prime sculture, con legno plastica o metallo (1966 – 1967).
L’artista adotta senza esibizioni nuove idee, sceglie ipotesi di lavoro differenti rispetto al passato, anche se la passione per la realtà concreta continua ad agire nella memoria come luogo di processi interiori che sono ancora aperti, e sempre più necessari alla definizione di nuovi strumenti e funzioni espressive.
Da questa appartenenza all’idea di spazio come luogo di sedimentazioni materiche e di mutevoli soluzioni formali nasce l’urgenza di una scultura dal respiro differente rispetto al mondo delle strutture tecnologiche a cui Schiavocampo guarda tuttavia con forte interesse. Sta di fatto che l’arte non può imitarne le forme, soccombere all’appiattimento dei valori spaziali, rinunciare all’arma del gioco fantastico, per questo deve saper comunicare una diversa presenza nel clima delle forme programmate che incombono e minacciano l’immigrazione.
Qust’esigenza presuppone in Schiavocampo un sentimento della forma come energia vivente, processo in divenire che va oltre la definizione geometrica, strutturale o architettonica del nucleo plastico. Si tratta di un modo di rilevare il generarsi della scultura come un campo di forze simultanee, un insieme di movimenti che i materiali fissano nel registro sempre rigoroso delle tre dimensioni.
Bene esprimono questo orientamento le opere degli anni Settanta nelle quali Schiavocampo inventa situazioni plastiche di efficace impatto espressivo, forme aerodinamiche che s’impossessano dello spazio con le loro tensioni spirali che, attraverso slanci ellissoidali e giochi di luce e ombra sollecitati dalle superfici concave-convesse.
Oltre alla serie dei “tubi forati” l’artista si dedica all’invenzione delle forme doppie, gli incastri di poliesteri bianco e alle costruzioni di ferro, situazioni mutevoli della materia in cui si rivela la natura instabile della scultura. In queste ricerche in cui la forma è inseparabile dal pensiero dello spazio circostante emerge l’inquietudine con cui l’artista interroga la dimensione del pieno e del vuoto, del bianco e del nero, del peso e della leggerezza, momenti dialettici di un “tuttuno” inseparabile.
Questi caratteri non abbandonano mai le tensioni espressive di Schiavocampo, s’avvertono in opere visibilmente diverse come le terrecotte degli anni Ottanta, sia il ciclo delle città, delle torri e dei tempi (1980-81), sia le opere polimateriche (1986-89) dove la terra bianca, il poliestere e la sabbia fissano l’evento della forma nel fluire della materia lasciando affiorare immagini quasi al primordio. La presenza del corpo s’avverte in ogni frammento che evoca le figure dell’immaginario (la madre, il messaggero, il demone della notte) o le figure del mito (hermes o la nike): fantasmi ancestrali che riemergono dallo spazio interiore verso una nuova avventura.
Nel ciclo dei cementi (1993-96) Schiavocampo tocca uno dei momenti più intensi della sua ricerca, tiene in pugno la materia come immagine primaria fatta di grovigli e di impasti che si addensano sul filo della memoria dei luoghi vissuti.
Memoria di muri, di pareti, di finestre e di spiragli che si aprono e si chiudono dentro la misura circoscritta dell’opera, frammenti e nuclei talvolta anche minimi eppure capaci di evocare spazi infiniti, di sollecitare la materia come stato poetico in armonia con il tutto.
Dalle rovine e dai sedimenti della realtà nascono opere polimateriche, visioni fatte di terra di sassi e di ferro, elementi duraturi che il cemento solidifica in un’ulteriore necessità di testimoniare il corso del tempo, l’inflessibile divenire dello spazio oltre il controllo dello sguardo.
L’evidenza tattile della materia è qualcosa che Schiavocampo esalta in ogni particolare, nell’amore per il frantumo, per la scheggia, per il reperto arcaico, situazioni precarie che non esprimono mai una falsa archeologia ma un sentimento antropologico che coinvolge lo spettatore in un percorso di lettura del tutto autentico. E’ il percorso dell’occhio-mente che attraversa soglie misteriose, dirupi invisibili, spiragli inaccessibili dove conta il senso del passaggio, l’esperienza di portarsi all’interno del proprio senso interiore.
Il tono cromatico dei materiali si affida soprattutto al sottile dialogo tra i grigi e i bianchi a cui si legano gli umori del nero, le macchie di catramina, i residui di asfalto o le tracce di carbone che insieme agli altri pigmenti trasformano il nucleo plastico in molteplici sfioramenti pittorici.
Il repertorio delle suggestioni è ampio e diversificato, mai casuale, sempre rispondente al respiro delle cose terrestri: la purezza del gesso, la granulosità della polvere, la durezza dell’alabastro, la morbidezza della carta o della stoffa, il carattere informe della terra refrattaria. Ogni seduzione cromatica, da rosso mattone al pigmento blu o alla polvere gialla, è tuttavia riassorbita nelle ragioni del pensiero plastico, in un modo di sentire la forma come radicamento nel corpo della terra, nell’arcaica misura della materia stessa, senza mediazioni possibili. Si tratta di una forma che genera instabilità proprio nell’attimo in cui offre di sé la matrice costruttiva, l’estrema necessità di costruirsi come nucleo generatore della visione, una trama che si dipana alle radici del proprio essere.
In tal senso, Schiavocampo è scultore che ama il rapporto diretto con i materiali, non si separa mai dall’atto di toccare, manipolare e congiungere elementi differenti per dar loro un destino comune, un’identità che emerge dalle viscere del mondo e si offre attraverso una nuova visibilità.
Questo è quanto l’artista persegue in ogni momento del suo operare, dalle forme private e intuitive del disegno ai progetti per ambienti urbani, dal libero esercizio grafico su carta alla costruzione di strutture in cemento alte anche dieci metri, come nel caso di alcuni interventi in Italia e in Germania: a Rapolano, Gibellina, Hattingen.
Di grande interesse sono i progetti di labirinti, alcuni dei quali realizzati in travertino toscano a Rapolano (Siena) e affrontati in seguito nella dimensione dell’opera con i materiali congeniali: cemento, ferro, ghiaia, calce, asfalto e via dicendo. Giochi spaziali, percorsi mutevoli, esercizi di costruzione dove Schiavocampo affronta lo schema del labirinto come metafora della conoscenza, luogo della religiosità e della medicazione, sequenza di meandri che conducono verso la coscienza dell’essere.
Si tratta di questioni fondamentali alle quali lo scultore risponde interrogando le tensioni dello spazio ambientale, attraverso la presenza tangibile delle opere che sono testimonianza diretta del suo lungo impegno creativo: opere che in questa mostra, pur rappresentando solo alcuni momenti della lunga storia, offrono tuttavia la misura complessiva della sua arte.
Vi si coglie la sintesi di progetto e immaginazione, di intuizione e razionalità, soprattutto l’invenzione di una concezione umana dello spazio che fanno di Schiavocampo una delle voci più autentiche nel panorama della scultura contemporanea.

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Claudio Cerritelli
- Paolo Schiavocampo Disegni e sculture - Centro Arte Contemporanea Cavalese - 30 marzo - 12 maggio 2002 - Cavalese (TN)


 
 
 

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