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Critica: Vanni Scheiwiller

Schiavocampo Opere 1992-1997Lungo viaggio verso la scultura

L’esposizione a Pavia di sette grandi sculture (sei finite e una ancora in corso) del palermitano Paolo Schiavocampo, classe 1924, rappresenta la prima tappa pubblicamente importante del suo lungo viaggio verso la scultura.
Nel ’46, ventenne, a Roma, aveva respirato nel clima di “Forma 1” e del “Fronte Nuovo delle Arti”. Firmato da Accardi, Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Sanfilippo, Turcato, il manifesto del 15 marzo 1947 doveva lasciare il segno al futuro scultore Schiavocampo, a distanza di venti anni:
“Noi ci proclamiamo FORMALISTI e MARXISTI, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili, specialmente oggi che gli elementi progressivi della nostra società debbono mantenere una posizione RIVOLUZIONARIA e AVANGUARDISTICA e non adagiarsi nell’equivoco di un realismo spento e conformista che nelle sue più recenti esperienze in pittura e in scultura ha dimostrato quale strada limitata ed angusta esso sia”.
Per questi giovani del ’47 la forma è mezzo e fine: nel loro lavoro adoperano le forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive. Loro slogan: “Una bella donna è una bella donna, una bella statua è una bella forma”. Vivevano a Roma Balla e Prampolini. Purtroppo il trafiletto su “Rinascita” nel ’48 firmato da Roderigo di Castiglia (un anno prima era stato affossato “Il Politecnico” di Elio Vittorini) dove si ordinava dall’alto che non è possibile dare questi “mostri” agli operai, mette in crisi il Fronte Nuovo delle Arti: trionfa, come reazione, il Neorealismo.
Il giovanissimo Schiavocampo non ha la foza di opporsi a questa ondata, di qui la sua parentesi neorealista, ma anche la sua crisi che lo porta a lasciare Roma per Milano. Gli ci vorranno quasi venti anni per riscattare questo “errore” dei marxisti ufficiali verso la cultura artistica. Si legga Felice Chilanti nel suo ultimo romanzo Gli ultimi giorni dell’età del pane (Mondadori, Milano 1974): “Realisti in narrativa, poesia e figurativi aggregati a Comitato verticale portavano a corte nei palazzi principeschi altri artisti di differente scuola [...]; fu così che una sera Gran Pitor de Venezia e Benvenuto capo partigiano glorioso e affamato, si ritrovarono dalla principessa che già aveva acquistato quadri di braccianti in catene e sindacalisti trucidati magari sui feudi di sua proprietà e li mostrava agli ospiti attraverso i suoi saloni” (pag. 64). Il trionfo del Neorealismo: “Gran Pitor seguitava a pitturare i suoi quadri sempre più liberi e puri intanto che il Pittore Ufficiale del Consiglio verticale, guadagnava milioni e di lui a Mosca si diceva gloria” (pag. 83).
Con la fine del ’48 Schiavocampo è a Milano: per anni niente pittura ma solo disegni. Disegna tutti i giorni alternando il lavoro di impiegato con quello di attivista del P.C.I. Negli anni ’53-’54 riprende a dipingere, di un realismo non ortodosso e quadri anche più lirici, non immemori della lezione futurista di Balla. Nel ’55 la sua prima mostra personale alla Galleria Bergamini, presentato da Mario De Micheli, che pur tirando acqua al suo mulino (neorealismo) gli riconosce sincerità, sobrietà e semplicità di espressione, impegno serio e meditato con certi aspetti di esitazione o di timidezza (in contrasto con il neorealismo trionfante).
Il quadro più significativo: Distribuzione della terra (1954-55), frutto dell’esperienza diretta in Sicilia, nei mesi estivi, dove Schiavocampo discuteva e disegnava, regalando poi i disegni ai contadini interlocutori.
Si legga ancora Chilanti, anche lui testimone in Sicilia dell’esperienza di Schiavocampo: “Contadini, braccianti, le donne loro e i figli dai riccioli neri addentavano il pane a fette, ridevano, cantavano bandiera rossa all’apparire dei campieri a cavallo sul portone del castello subito si misero a zappare quella terra antica mai dissodata, pascolo naturale d’armenti decimati dal pizzo mafioso; nostra è questa terra, gridava Spartaco di Giovanni, per legge della Repubblica fondata sul lavoro e nata dalla Resistenza” (op. cit. pp. 69-70). Un altro critico impegnato, il gallerista Giovanni Fumagalli, presentando Schiavocampo a Brescia nel ’56, pur prendendosela con gli amanti dell’astrattismo, sottolinea lo sforzo di Schiavocampo per trovare un proprio linguaggio, in modo appassionato e anche apparentemente contraddittorio: “Partire dal vero, dall’osservazione e dalla comprensione di un oggetto, cielo, fabbrica, uomo, per impadronirsene e renderlo plasticamente vivo e moderno, al di fuori quindi di una visione intimistica e al di fuori quindi di una visione che ricordi il museo e l’accademia”. E’ ciò che tenta di fare Schiavocampo ma al di fuori della politica culturale del P.C.I.: alla fine del ’54, infatti, crisi politica, due anni prima dei fatti di Ungheria. Lascia il grande partito popolare senza polemiche e senza rancori. Non rinnegherà mai nulla del suo passato: neanche la parentesi neorealista.
1956-’57: piano piano si sposta verso forme di “espressionismo astratto”, fiancheggiando, senza farvi parte, il gruppo dei giovani “esistenziali”: Rodolfo Aricò, Giorgio Bellandi, Mino Ceretti, Giancarlo Francesconi, Bepi Romagnoni e Tino Vaglieri. E’ e rimane un isolato, perennemente in crisi, alla ricerca della sua strada: la scultura.
Anni ’59, ’60, ’63: in piena crisi, pittura vagamente “informale”.
1964: viaggio negli Stati Uniti d’America per quattro mesi. Lavora in un’officina, da meccanico, insieme a Salvatore Scarpitta a Brooklyn, al restauro di vecchi modelli di macchine da corsa. E’ la rilevazione della scultura.
F.T. Marinetti nella Fondazione e Manifesto del Futurismo (20 febbraio 1909) aveva affermato che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità: “Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo … un automobile ruggente, che sembrava correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”.
Nel 1965 di ritorno dall’America, ultima mostra di quadri, al Naviglio di Milano, presentato da Emilio Tadini. Già i collages di carte multicolori fissate da chiodi, le sagome astratte di tipo “costruttivista” preannunciano le sue sculture: il problema della civiltà delle macchine e “della visione tecnologica della realtà attuale è espresso attraverso l’incastro di forme cilindriche o assiali o dalla nascita di forme le une dalle altre nella continuità del processo programmato” (“Avanti!”, Roma 21 nov. 1968).
Ciò che l’aveva colpito in America non è stata l’immagine dell’automobile ma il lavoro stesso che ha dovuto compiere per ricostruirla: i gesti, il rapporto tra uno strumento e la sua funzione e l’oggetto lavorato. “Il suo problema, mi ha detto, è adesso quello di intellettualizzare il mezzo” (Emilio Tadini).
1966: le prime sculture in legno sono forme suggerite dal tornio, poi distrutte quasi tutte dall’artista. Dei piani da cui sortivano delle forme, spesso piene, talvolta in negativo. La prima scultura soddisfacente è del ’67, vent’anni dopo “Forma 1”, una specie di elica: un pezzo di fusione incastrato in due lastre d’alluminio (già il motivo aerodinamico dominante).
Ritorna al legno per motivi economici ed espone a Roma nel ’68 al “Bilico”.
Dal ’69 sculture in plastica e ferro, grazie anche all’incontro fortunato con un industriale intelligente che gli mette a disposizione come “studio” la sua fabbrica. Dal ’73 comincia atrattare la pietra a Carrara.
Insomma, il suo lungo viaggio per arrivare alla scultura oggi è approdato a Pavia. I risultati sono eccellenti ma faticoso il suo apprendistato di scultore: carrozziere, saldatore, falegname, fabbro, scalpellino … tutto per arrivare alla scultura che è forma. 62 anni dopo il Manifesto tecnico della scultura futurista di Umberto Boccioni, le sette sculture di Schiavocampo son qui a proclamare l’assoluta e completa abolizione della linea finita e della statua chiusa: “Spalanchiamo la finestra e chiudiamo in essa l’ambiente”. Sono elissoidi e spirali, coni e trochi di cono, cilindri curvati in due, tre direzioni diverse, tagliati, incastrati, congiunti tra loro da curve di raccordo che offrano la continuità, forme a volte semplicissime ma ugualmente snodantesi nelle tre dimensioni, forme di calotte di aereo, di particolari di automobili da corsa, forme zoomorfe (uccelli, cetacei) ma sempre aerodinamiche, concave e convesse, forme mai casuali, forme forme e non racconti.
Ancora e sempre Boccioni: “La scultura deve far rivivere gli oggetti rendendo sensibile, sistematico e plastico il loro prolungamento nello spazio, poiché nessuno può più dubitare che un oggetto finisca dove un altro comincia e non v’è cosa che circondi il nostro corpo: bottiglia, automobile, casa, albero, strada che non le sezioni con un arabesco di curve e di rette”.
(Presentazione catalogo "Schiavocampo - Sei sculture per Pavia", Pavia, 1974)
Milano 21 luglio 1974

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Vanni Scheiwiller
- Schiavocampo sei sculture per Pavia - Fotografie di Nino Lo Duca - Testo di Vanni Scheiwiller - Edizioni di Vanni Scheiwiller - Milano 1974


 
 
 

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