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Critica: Alessandro S. Carone

Schiavocampo Opere 1992-1997

"... Schiavocampo utilizza ogni sorta di materiale possibile: quello sacro alla storia e quello prediletto dalla comunicazione contemporanea; come se egli non appartenesse ad un preciso tempo e fosse invece argonauta di tutti i i tempi possibili …”
(…);
“… Schiavocampo non può non essere presente alla pinacoteca del Castello Svevo. Se ciò accadesse, tutto l’intero apparato teorico del mio progetto cadrebbe senza aver concesso la possibilità di decodificare e comprendere, quanto l’assenza della dimensione temporale accrediti e consacri un’opera d’Arte alla storia, al di là del materiale utilizzato.”

La gradevolezza nel conversare con l’Amico gallerista Romeo Galletti, profondo, sensibile ed umile conoscitore d’arte contemporanea e non solo, mi consente di ascoltare e partecipare al confronto, godendo di una serenità, che ben poche persone sanno regalarmi. Ebbene: in una di queste squisite conversazioni in una sera del primo inverno a Madrid, saltò fuori il nome del maestro Schiavocampo e saltò fuori perché non vi era artista ideale a cui fare riferimento e opportuno a legittimare quel filone della storia dell’arte contemporanea, in cui in nostri animi si erano infilati a discutere con dolcezza. La scelta di portare il maestro Schiavocampo alla pinacoteca del Museo Civico del castello Svevo di barletta; era inconsapevolmente già decisa. Decisa non certo da noi, ma dalle nostre severe e talentuose percezioni. Ed allora, senza che forzature alcune si evidenziassero, tutta l’intera conversazione sorvolò e fissò non altro che, la produzione artistica del maestro e quanto in essa ci portasse ad alzare voci ed emozioni. Con Romeo ci si parla da sempre; anche a sguardi e fu proprio uno sguardo ad impartire la richiesta, l’ordine garbato di procedere e contattare il maestro affinché egli accettasse il mio invito ad esporre. Probabilmente il tempo che mi era ora necessario, prevedeva un confronto con le nuove ricerche del maestro e di questo molto probabilmente se ne accorse anche Romeo. Contattato egli accettò; dimostrandomi, che l’apparato teorico del mio progetto poteva funzionare e consentirci di dialogare con le nostre capacità forse affini.
Spaziare a 360°, per attigere momenti di creatività, buoni, al “fare artistico” e deputati all’inseguimento della perfezione e della conoscenza; implica una natura, che basandosi sull’illimitata curiosità non da treghua e condanna così il vero artista, il vero Maestro ad un moto perpetuo. Lo condanna ad una evoluzione perenne e senza sosta, dove nemmeno il rallentamento è possibile e concesso. Ed ecco allora, che l’artista, scava; scava in tutti gli ambiti in cui sia possibile ritrovare traccia di “linguaggi espressivi”. Al Maestro – da sempre – si aprono mondi di sofferenza e di mania, mondi nei quali il sacrificio si fonde in una sorta di elemento alchemico, con la passione e la vita, ed in questi mondi si cerca di comprendere perché è bisogno e perché è dovere sedimentare e porre a memoria; anche il più piccolo ed impercettibile risultato raggiunto.
In una sorta di ragionato gioco circence, per Schiavocampo la fotografia, “icona del nostro tempo”, l’architettura, il disegno, la scultura, la pittura, la scrittura e la vita stessa; sono pedine di uno stesso gioco, che bisogna muovere ed utilizzare, in cui la posta da puntare è la stessa vita, la stessa sopravvivenza e per questa tutto deve muovere e condividere, sia tentativi, che possibilità e scelte anche difficili. Madrid, ci concedeva il lusso di una temperatura mite e questo facilitava la percezione di un sentimento, che condiviso,amplificava ogni possibile ragionamento e inevitabilmente convalidava la decisione mai presa e pur già in atto di Schiavocampo. Andai oltre, decisi di impegnare il maestro come ospite d’onore anche per la prossima esposizione della Society of Architects – Artists in settembre ’02. Anche in questo caso, il Maestro Schiavocampo accettò con piacere.
Risultano rarissime le volte, che consacrandomi “all’incantamento” mi si offrono la fortuna ed il piacere di approfondire rapporti d’amicizia e conoscenza di lavori d’arte le cui caratteristiche sono quelle dell’a-temporalità e quelle della inconfutabile, tangibile e reale qualità di un’opera d’arte. Qualità, con le quali la mia professione e passione vestendosi di “meraviglia”, innescano ed iniziano l’approccio all’analisi e all’approfondimento. Se queste qualità sussistono, nasce d’incanto una naturale attrazione alla conoscenza. Attrazione, che … naturalmente, così, così naturalmente mi fa intendere che, la ricerca è comune e le strade risultano convergenti e forse medesime. Ma io sono stato chiamato di lui, sono stato “impegnato” a decifrarmi il suo “produrre” e ricomporlo per soddisfare esigenze di semplice comprensione. Ma si deve iniziare, si deve rompere il ghiaccio e cominciare a sciogliere i tempi, “tutti i tempi possibili” ed addentrarsi nella produzione artistica di un Maestro le cui opere non ammettono la benché minima interferenza dei tempi. Allora la critica deve attingere e riferirsi ad ogni sapere possibile, ad ogni sentire interiore, e seguendo le strade della lettura pre iconografica, iconografica ed iconologica smontare e concentrarsi a tirare le somme di un lavoro, che per la sua natura “univoca” in termini di “tempo”, meraviglia e sospende; congela a livelli in cui unico moto possibile è l’immobilità, la pausa, la sospensione, l’emozione, “l’incanto” per la consapevolezza che questa a-temporalità è metro e giudizio inconfutabile, che quanto si stà osservando è reale OPERA D’ARTE e dunque destinata a tutti i tempi – a tutti i tempi possibili. Incantamento; osservando le opere di Schiavocampo, mi accorgo, che le forme proposte escono da tutto ciò, che la letteratura stotico-critica ci spiega utilizzando i termini di spinta e controspinta; la scultura di Schiavocampo così come la sua architettura è ben più larga e complessa, essa abbraccia il concetto stesso di tempo e di luogo; dilatandolo da prima, in “territorio” e poi implodendolo in “opera/oggetto”. Opera = “implosione del territorio”; territorio = “esplosione dell’opera” ed in questi mondi concettuali, vi è contenuto tutto ciò, che ad essi appartiene; anche “la memoria”. Di fatto in Schiavocampo, risulta fondante la sua origine, che non influenzando il suo lavoro, concede ad una curiosità insaziabile e senza sosta. Sfogliando i suoi cataloghi ed i suoi libri, trovo tutte le giustificazioni possibili e valide a sostenere la mia teoria sul lavoro di Schiavocampo; teoria, che mi spinge a definire il suo lavoro: come “atto-momento, destinato a vitalizzare ogni possibile memoria riposta …”. Dunque, egli sa legare il suo lavoro e sa legarsi a concetti invadenti non solo gli ambiti dei linguaggi figurativi classici, quali quelli della pittura e della scultura, ma anche al mondo dell’architettura, che prevede nel suo divenire il riferimento e l’elaborazione del pensiero SPAZIO /TEMPO più SEGNO/OGGETTO. Nella città dove tutto risulta essere “contemporaneo”, piegandosi alla logica del movimento, rimangono in qualità di testimoni, gli oggetti, le opere di Schiavocampo. Ma Schiavocampo, nella sperimentazione anche aeronautica della “forma futuribile restante”; (vedi forma 1 del ’67), attinge anche per necessità e per cultura alle potenzialità che i macchinari utilizzati e i materiali gli suggeriscono, quasi in rispettoso ascolto dell’anima degli elementi stessi e delle caratteristiche, che egli dovrà maneggiare e modificare nella “forma …” ma non nella sostanza. “Non si dimentichi che egli è anche architetto e che dovette combattere con la prigionia per la mancanza di denaro”. Ecco, che Schiavocampo, allo stesso modo degli ambiti analizzati, sonda gli elementi, la materia: ferro, alluminio, legno, pietra e plastiche. Nessuna fatica: solamente insoddisfazione, non certo per la materia, semmai per la forma, che non risulta essere reale espressione del suo sentire, del suo “provare”. … tutto deve espoldere, coinvolgere e volare; tutto poi, deve ricadere e implodere quasi a cristallizzare sedimenti di memoria che stratificandosi nella propria memoria storico-personale risultino essere indelebili al tempo ed al degrado del “luogo e del momento”. E tutto questo: in un tempo e in una dimensione, che non lasci posto allo stesso tempo ed allo stesso spazio. Schiavocampo riesce ad evocare, ed evoca esperienze: tutte, quelle dell’origine siciliana e quelle della contemporaneità milanese, dalle quali attinge solamente ciò, che si possa trasporre e fissare. Foss’anche solo nei “muri”. Muri, sorta totemica di presenze a-temporali resistenti ad ogni possibile tempo, superfici tridimensionali in cui la contemporaneità va confondendosi con la stratificazione di epoche – tutte le epoche passate e a venire. I muri di Schiavocampo sembrano testimoniare, che anche l’uomo è destinato a rimanere “scolpito” nel suo stesso lavoro. E’ questa stratificazione di materia e azione, menisco di separazione e di passaggio tra “mondi comuni” in contatto, ma apparentemente nascosti gli uni agli altri.

- vedi le opere del catalogo -


Fonte:
Alessandro S. Carone
- Schiavocampo: a-temporalità di un’0pera condivisa - Museo Civico Pinacoteca Castello Svevo di Barletta - 2002


 
 
 

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